Fuoco

 

 sfavilla al cielo coi suoi raggi  

 

arde la sera al desinar

 

 

Fuoco di tramonti, fuoco di racconti, fuoco di passioni, fuoco di feste, fuoco divino o fuoco dannato... La Sardegna è fuoco: del bene e del male. 

(Foto di Pier Luigi Melis©)

 

 Tramonti e albe lasciano senza fiato chi li ammira, in questa terra. Al levar o calar del sole, quando le tinte del cielo virano dal giallo al rosso,  tutto si trasforma: son queste, forse, le ore in cui tutta l'isola sembra uguale. Questo disco, fiammante come il fuoco, accompagna per pochi attimi il momento in cui il giorno cede il passo alla notte o viceversa e il più delle volte non si può far a meno di fermarsi ad ammirarlo.  La Sardegna non perde il suo fascino neppure vestendosi di colori più cupi. D'inverno, quando le giornate si fanno più corte, nei piccoli paesi arrampicati sulle montagne l'odore della legna che arde si diffonde nell'aria dai comignoli e tutto, all'esterno, assume sfumature di una grigiastra foschia: un paesaggio quasi surreale avvolto nel silenzio, interrotto solo dal volo di qualche uccello che s'appresta a tornare al nido o appena ridestato. 

Nelle antiche case di pietra un tempo la notte era illuminata dal fuoco. A quel tempo non c'era tv e le famiglie si riunivano intorno al fuoco per cenare: ogni casa aveva il caminetto in cucina con una bella fiamma che scoppiettava, su foghile, dove ci si scaldava mentre un pezzo di carne infilata nello spiedo cuoceva lentamente nel calore.

(Foto di Pier Luigi Melis©)

 

Il fuoco, eterno compagno dell'uomo, è sempre stato al centro di riunioni, di decisioni, di storie, sino all'antichità e associato al temuto buio notturno assumeva il compito di dare conforto e speranza a chi vi stava intorno. Dopo la cena, soprattutto quando si sorseggiava ancora un bicchiere di vino, il fuoco diventava l'ispiratore di tanti racconti. Miti e leggende di un popolo "invisibile" scaturivano da quelle fiamme ed un altro mondo, fatto di incantesimi, di personaggi buoni o malefici si animava diventando quasi realtà. Questi racconti, detti appunto Contos de su foghile, narravano storie di antichi tesori sepolti, di castelli e di fantasmi, di personaggi burloni e furbi. Grazia Deledda si dilettò a raccogliere, nei suoi scritti, anche alcuni di questi racconti, ma è attraverso la narrazione orale degli anziani, che si tramanda ancora oggi, che i racconti assumono tutto il loro antico fascino. Riscontro reale in tali racconti si trova spesso fra i ruderi dei vecchi castelli della Sardegna dei Giudicati e fra le logiche paure del popolo, poco istruito a quei tempi e ignorante verso tutti quei fenomeni naturali che oggi hanno la loro razionale spiegazione.  Non è del tutto da escludere l'ipotesi che qualche contadino trovasse veramente "un tesoro" diventando improvvisamente ricco: è probabile che in epoche precedenti i sovrani, nel timore di qualche incursione durante i periodi di assedio, mettessero al sicuro i loro averi sotto pavimenti o in profonde fosse sotto terra.  Nella costa orientale, nel Sarrabus, l'esempio è una piccola collinetta verso il mare: il proprietario del terreno trovò davvero "un tesoro" e diventò ricco. Ancora oggi qualcuno si ricorda del "buco" scavato e della forma quadrata lasciata dall'impronta della piccola cassa che lo conteneva. 

In passato alcune credenze popolari sostenevano che nel castello di Quirra, oggi frazione di Villaputzu, ci fosse un tesoro nascosto e si udivano gli spiriti dei prigionieri morti, fra i ruderi. In realtà gli attuali ruderi non hanno dato traccia di monete d'oro ma le caverne site nei dintorni e poco esplorate hanno fatto pensare che quel "vociare di spiriti" fosse il vento che vi risuonava.

(Nella mia foto©: Castello di Sanluri)

 

    Streghe e Preghiere

 

Davanti al focolare si sono sviluppate "arti" ormai remote, che nel popolo ignorante  erano rimedi indispensabili: il diavolo è stata una figura maligna che attraverso i racconti ha influenzato il comportamento della gente, creando giustificazioni "logiche" sulla sua esistenza. Tutto ciò che non rientrava nel canone della comune conoscenza veniva "marchiato" come opera del demonio. In realtà questa figura malefica, sviluppatasi soprattutto durante gli anni bui dell'inquisizione post-medioevale, aveva origini ben più remote. In Sardegna le figure maligne o semi-maligne sono ancora oggi presenti nei detti  e nei racconti. Personaggi sinistri popolano il mondo "fiabesco" sardo: Janas, ma anche Cogas e Duennas, streghe appunto, dall'aspetto in apparenza umano alla luce del giorno, ma "animalesche" e assai cattive la notte, che portavano disgrazie e odio... Affianco a queste leggendarie figure ci sono le malattie, che in tempi passati non avevano rimedi e medicinali adeguati come oggi; il vaiolo, la malaria e perfino la peste sono state malattie che si sono diffuse in Sardegna, la mortalità infantile era altissima a causa delle molteplici infezioni e dei pochi veri rimedi. Tutto ciò a quei tempi era considerato opera degli spiriti maligni, del demonio e i rimedi erano esercitati solo da poche ed esperte persone: infusi di erbe medicinali e "preghiere" particolari accompagnate da riti (is abrebusu) che duravano anche parecchio tempo, erano le cure. Sett'antanni fa queste cure erano ancora prestate da alcune persone anziane e nei paesi, nonostante il progresso e la comparsa della medicina e degli ospedali, venivano ancora richieste. Superstizioni, malocchio (in sardo: ghettai s'ogu) erano fattori assai normali e gli usi insoliti per contrastarli, che oggi forse fanno sorridere, all'epoca avevano comunque una logica; quando nasceva un bambino in famiglia, per esempio, la prima cosa che si faceva era porre sul davanzale una ciotola di latte, che attirava la strega (sa coga): infatti questa  si trasformava in mosca per succhiare il sangue del neonato che, ammalandosi, moriva in poco tempo. Oggi si può ben pensare che una mosca, che porta tante infezioni a chi non ha ancora gli adeguati anticorpi, come i neonati, può effettivamente causare serie malattie e usare il latte, come adescante soluzione, era senza dubbio efficace.

(Foto di Pier Luigi Melis©)

 

  Un'altra usanza, non solo sarda, per evitare le streghe era quella di mettere la scopa (all'epoca fatta di saggina) a testa in giù fuori dalla porta al calar del sole: la strega, poco furba evidentemente, si fermava a contare le setole, passandoci l'intera notte e fuggendo al levar del sole senza esser entrata in casa. A volte si usava il sale al posto della scopa, l'intento era comunque bloccare la strega per tutta la notte.

Accanto a questo personaggio molto fiabesco, ve ne sono altri affatto maligni e la cui "nascita" deriva da curiosi episodi: un "mix" di latino e "spiegazioni" popolari hanno generato personaggi come Donna Bisodia, nel Campidano: 

Nel tempo in cui in chiesa la messa veniva celebrata in latino, le donne più anziane, prive di istruzione scolastica, non riuscivano a distinguere e comprendere il significato di tutte le parole, creando molta confusione. Così nel Padre Nostro il passo "panem nostrum quotidianum dona nobis hodie" (donaci oggi il nostro pane quotidiano) diventò "panem nostrum quotidianum Donna Bisodia".  Donna Bisodia? Ma chi era costei? si chiedeva qualcuno... facile! rispondevano le poverette: la Madre di San Pietro. Così l'Apostolo acquisì una madre bisbetica, impicciona e gelosa perfino di Gesù, perché Lui riusciva a fare i miracoli e il suo Pietro no!

Qualche paese ha le sue credenze sulle sue origini, come quella di Aristanis, l'antica Oristano, che si dice sia stata fondata da Gonario (giudice di Arborea) per amore verso la bella Zulema: figlia di un sultano e fatta prigioniera non voleva convertirsi per sposare Gonario. Questi chiese aiuto al diavolo per fondare una città nel terreno paludoso (Aristanis, appunto) donandogli in cambio l'anima; Gonario dimostrò alla bella Zulema la sua potenza, ma solo con l'intervento della Madonna poté riavere l'anima dannata e sposare la sua bella, che da convertita prese il nome di Aristana.

 

(Nella mia foto©:  A sx. Su Boe, a dx. Su Merdule)

 

    Riti persi nel tempo...

 

Esseri mostruosi son scaturiti da antichissime tradizioni arcaiche riscoperte grazie all'impressionante carnevale sardo.

In alcuni paesi della Barbagia, nel nuorese,  è uso festeggiare il carnevale con un costume tipico, i cui elementi principali sono una maschera, incisa, in legno di pero, un costume ricavato dalla pelle della pecora completa di vello e grossi campanacci che risuonano sinistramente. Vi sono due tipi di costume, riprodotti nella mia foto, tipici di Ottana, che si differenziano per la maschera: una possiede delle lunghe corna e dei grandi campanacci sul dorso, rappresenta la bestia (Su Boe) che si ribella al padrone e scappa fra la folla seminando il panico. La seconda, più "umana" (Su Merdule) non porta i campanacci, ma ha dei vistosi nasi abilmente incisi, ha una mazza (Su Mazzuccu) o una frusta (Sa Soca) e rappresenta il pastore che cerca di domare la bestia e riportare l'ordine. 

In un altro paese della Barbagia, Mamoiada, la maschera in legno e il costume sono completamente neri (Mamuthones) ma non possiede corna, i campanacci sono sul dorso, arrivano a pesare anche 30 Kg! e in gruppo compiono una sorta di danza composta da passi e salti a ritmo cadenzato. Gli accompagnano Sos Isoccadores, uomini senza maschera, vestiti di rosso hanno un fazzoletto colorato avvolto in vita, lanciano la soca  agli spettatori: un tempo chi veniva preso al lazo avrebbe dovuto offrire da bere. Anche di queste maschere si è perso nel tempo il vero significato.

A Orotelli sfilano i Thurpos (ciechi o storpi), anch'esse sinistre figure: portano vesti di tela grezza, sporche di nera fuliggine e mimano una specie di lotta fra coloro che tirano un antico aratro di legno (le bestie) e i contadini che dominano le ribellioni.

Questi "mostri" semi-taurini, che ricordano la mitologia dell'antica Grecia, mostri che riflettono gesti e primitivi riti dai significati purtroppo persi, richiamano alla fertilità. Il toro era il simbolo dominante nelle antiche civiltà del bacino mediterraneo, associato alla dea Madre rappresentava la virilità e proprio queste figure maschili, oggi recuperate con le maschere, ci riportano indietro di millenni, quando il sacro fuoco illuminava i riti e le usanze dei primi pastori sardi. 

Una delle poche maschere femminili sfila a Ottana: "Sa Filonzana", anch'essa fatta in legno, rappresenta una donna, vestita con un grande abito scuro, che fila la lana; questa figura ricorda l'antico mito greco delle 3 Parche: infatti si dice che incontrandola, se spezza davanti a te il filo che sta lavorando (il filo della vita ), porterà morte - un gesto che non avviene mai, per fortuna!

 

 

 

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