Miniere

 

Quelle minerarie sono state fra le prime risorse ad essere sfruttate sino ai nostri attuali anni 90: la materia prima dei sacrali Bronzetti nuragici era ricavata dal rame, materia che gli antichi sardi estraevano e  commerciavano anche con gli altri popoli del bacino Mediterraneo.

Le vicende legate allo sfruttamento dei giacimenti metalliferi hanno una lunga storia: in epoca romana venivano sfruttati per lo scambio commerciale, oltre che essere primaria risorsa interna per l'Impero e per tutti i regni che seguirono. Gran parte di questa storica risorsa è stata abbandonata dopo gli anni '70, creando una grave crisi sociale: l'abbandono delle miniere ha causato la disoccupazione in vaste aree della Sardegna e di conseguenza la decadenza di quelle cittadine che vivevano intorno alla miniera, che si spopolarono e scomparirono, inghiottite dal crollo di tutto il sistema che le reggeva. 

Oggi, grazie a progetti locali, si ritenta il loro recupero per proteggere la cultura e il valore vitale che hanno recato alla Sardegna. Fra essi il Sulcis-Iglesiente vanta un parco geominerario di notevole interesse. Vale la pena spostarsi nell’area sud-occidentale dell’isola, per scoprire l’importanza della risorsa mineraria, legata al suo antico popolo.

Montevecchio  è una delle tante testimonianze di ciò che è stata la vita mineraria per il popolo sardo. Col pozzo Amsicora si è recuperato l'ambiente sociale legato all’estrazione e soprattutto ai problemi che la miniera ha recato con sé sino alla sua chiusura: incidenti, scioperi e problematiche dei lavoratori. Oggi si valorizza il recupero di questo patrimonio culturale, rendendo i siti minerari visitabili, per non perdere del tutto quella fetta di storia che appartiene alla Sardegna 

(Nella Mia Foto ©: Ingresso del Pozzo Amsicora)

 

 

         

(Nelle Mie Foto ©: Vedute del Parco Geominerario in fase di restauro)

 

 

 

Il Gioiello di Carbonia

 

L'ultima area riaperta di recente (2006) riguarda la cittadina di Carbonia, nel Sulcis, a sud-ovest dell'isola: fondata dal regime fascista di Mussolini, nel 1938, la città di Carbonia deve il suo nome alla materia prima che vi si estraeva: il carbone, appunto. Il carbone del Sulcis era l'unico combustibile che riforniva tutto il nuovo polo industriale dell'Italia nel dopoguerra,  ma iniziò il suo declino a causa della concorrenza estrattiva straniera, che forniva (e che fornisce ancora oggi) carbone meno costoso e di qualità superiore. Con lo scambio commerciale internazionale inizia il declino carbonifero del Sulcis e la lenta decadenza del suo territorio: miniere abbandonate, aree andate in rovina ed un territorio in cui la popolazione abbandona le proprie dimore in cerca di un altro territorio che possa offrire il guadagno per la sopravvivenza, anche oltremare. La chiusura delle miniere è stato uno dei principali fattori a causare la crisi di uno stato sociale.

Oggi, con la consapevolezza del patrimonio immenso che la risorsa mineraria può ancora offrire, l'amministrazione locale di Carbonia e tutto il territorio ad essa correlato, quindi il vasto Parco Geominerario, ha generato un'area di notevole interesse culturale, incrementando sia nuove risorse economiche, che il recupero di un'area storica, facente parte di un bene collettivo che rischiava di scomparire: La Miniera di Serbariu, dove ha sede il Centro Italiano della Cultura del Carbone, il Museo, e dove un viaggio dentro la miniera ci porta alla scoperta delle varie fasi storiche dell'estrazione, del sistema sociale  ad essa legato e del suo sviluppo sino ai giorni nostri. 

(Nelle Mie Foto ©: Interno della Miniera di Serbariu,

il lavoro dei minatori sino ai macchinari d'avanguardia)

 

 

 

 

Il Fascino della miniera oggi

 

Un tour all'interno delle miniere riporta alla luce due importanti aspetti della vita mineraria: la grande ingegnosità dell'uomo al servizio del progresso  ed un bene storico che richiama il mercato turistico dopo lo sfruttamento. 

Oggi le miniere in disuso sono oggetto di nuove attenzioni: è sembrato quasi un obbligo cercare una via per non dimenticare la vita della miniera e tutto il tessuto sociale creatosi intorno che ha radicalmente trasformato parte della Sardegna e dei Sardi.

Porto Flavia, a Masua, sempre nella costa sud-occidentale, è un esempio di alta ingegneria industriale: il trasporto dei minerali raccolti è sempre stato un grosso problema sino agli anni '20; il materiale raccolto veniva imbarcato in piccoli battelli e portato a Carloforte, sull'isola di San Pietro, per essere caricato su grandi navi; trattandosi di un tragitto dove l'integrità del carico dipendeva molto dal mare, che si attraversava col rischio di perdere tutto a causa delle burrasche, frequenti in questo lato della Sardegna, nel 1924 fu realizzato questo punto di attracco per le navi, che con un sistema di raccolta in silos e un nastro trasportatore lungo 15 metri (all'epoca un sistema del tutto nuovo al mondo!) permetteva l'imbarco diretto del materiale nelle stive delle navi, eliminando il trasporto nelle piccole imbarcazioni e risolvendo così il problema del materiale che si poteva perdere in mare. Dopo la definitiva chiusura negli anni '60, oggi Porto Flavia è aperto al pubblico e offre al visitatore la possibilità di vedere i resti di questo gioiello d'ingegneria, offrendo una splendida vista panoramica della costa.

Altrettanto affascinante è la visita alla Galleria Henry (nelle mie foto): sopra Buggerru, a 50 m. sopra il livello del mare, sorge la miniera di Planu Sartu; questa galleria permetteva il trasporto su rotaie del materiale destinato alle laverie. Oggi un tour suggestivo permette la visita sia col trenino che a piedi e offre un panorama unico dalle falesie sul mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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